28/11/2010

Corrosione in acqua

Corrosione in acqua di Francesco Cannarsa

La corrosione in acqua

Per corrosione di un materiale metallico si intende la progressiva distruzione del materiale stesso in conseguenza dell'azione dell'ambiente che lo circonda. La corrosione può essere di varia natura ed avere differente origine.

In acqua, la corrosione che maggiormente ci interessa è quella umida e per combatterla ci si affida all’adozione di semplici sistemi, tra i quali la protezione catodica. La protezione catodica si basa su un paio di fenomeni dell’elettrochimica tutto sommato banali. In parole molto semplici, avremo una corrosione nel momento in cui tra due metalli immersi un un liquido conduttore passa della corrente (l’acqua del mare è un ottimo conduttore). Uno dei due metalli, quello più elettrochimicamente debole, si consumerà mentre l’altro resterà intatto. Praticamente, un metallo elettrochimicamente debole ed a basso costo può essere da noi utilizzato per proteggere un metallo elettrochimicamente forte e più costoso.

Nelle nostre imbarcazioni esistono molte masse ferrose che vanno protette, dalla deriva delle barche a vela, ai motori di tutte le imbarcazioni fino agli scafi che possono anche essere metallici. La protezione di queste masse ferrose è necessaria al fine di non vedere consumare queste parti sotto i nostri occhi. La protezione cui ci affidiamo sulle nostre imbarcazioni viene ottenuta per mezzo di pezzi di metallo che volgarmente ed erroneamente chiamiamo “Zinchi”; lo zinco è uno dei metalli che compongono la lega che andremo a sacrificare per proteggere le nostre imbarcazioni.

Uno “zinco” che esce dall’acqua nuovo e pulito dopo qualche mese di immersione, è evidentemente una protezione che non ha fatto il suo dovere a causa di un collegamento sbagliato oppure di una qualità scadente. La distribuzione delle protezioni sullo scafo, sui motori e sulle masse ferrose in genere, è frutto di un calcolo derivante dal potenziale elettrico dei metalli.

La corrosione in acqua

Secondo un tecnico corrosionista (Ugo Marinelli Corrosionista)

Quando si pensa alla corrosione viene la pelle d’oca. Ruggine, vaiolature... buchi... e non a torto, non c’è allarmismo ma solo una buona dose di sana … paura.

I “corrosionisti” amano molto, nei congressi, spaventare la gente con un dato facile da capire ed alla portata di tutti: ogni anno i danni dovuti alla corrosione ammontano a circa il 4-5% del PIL di un paese industrializzato. Si comprende subito la montagna di denaro che “sfuma” a causa della corrosione, ripetiamolo, ogni anno. E’ ancora sentore comune che la corrosione sia qualcosa come una punizione divina che tocca tenersela a mo’ di espiazioni di chissa’ quali peccati, una faccenda umanamente irrisolvibile. Insomma sembra proprio che quei soldi vadano per forza buttati dalla finestra e non ci sia nulla da fare. In realta’ ci sono tantissimi metodi se non per sconfiggerla, almeno per fronteggiarla. Molti sono sotto gli occhi di tutti: pitturazioni, zincature, anodizzazioni, eccetera. Altri metodi, anche se di uso comune, sono per lo piu’ sconosciuti. La realizzazione di leghe speciali ad esempio (la grande famiglia degli acciai inox, le leghe di titanio) o la protezione catodica. Chiariamo inoltre che anche il termine “corrosione" preso a se stante e’ impreciso. Può significare qualsiasi cosa compresa tra un attacco superficiale e perdite notevoli di materiale metallico. Per corrosione di un materiale metallico si intende la progressiva distruzione del materiale stesso in conseguenza dell'azione dell'ambiente che lo circonda.

La corrosione è definita “umida”, se avviene in presenza di acqua o di altro elettrolita allo stato condensato, e “secca” negli altri casi (ad es. l'ossidazione a caldo dei metalli).

Qui ci limiteremo a valutare la corrosione umida, con esclusivo riferimento alla corrosione in acqua ed alla protezione catodica come efficace sistema di contrastarla.

Tutte le tubazioni del gas sono protette catodicamente, cosi’ come le grandi piattaforme offshore, serbatoi (anche i piccoli boiler di casa), le navi,e giu’ giu’ sino alle parti metalliche delle piccole imbarcazioni da diporto. Chiunque abbia avuto a che fare con una imbarcazione, prima o poi avrà sicuramente dovuto cambiare l’anodo di zinco dell’elica. Ecco, quell’anodo e’ parte integrante della protezione catodica. Macroscopicamente potremmo dire che se l’anodo era applicato all’elica esso provvedeva a prevenire la corrosione dell’elica, se era applicato sulla deriva, avrebbe protetto la deriva e così via. Ovviamente nel particolare le cose sono un pochino più complesse, ma questo lo vedremo piu’ avanti.

La protezione catodica si basa su un paio di fenomeni dell’elettrochimica tutto sommato banali.

Il primo fenomeno e’ quello che si usa per l’elettrolisi: se pigliamo due pezzi di metallo, li mettiamo a  bagno in un liquido conduttivo (detto elettrolita, ora prendetelo così com’e’, poi spieghiamo di cosa si tratta) come l’acqua di mare e facciamo circolare una corrente continua tra i due metalli, vedremo svilupparsi gas (elettrolisi) sulla loro superficie immersa;, uno dei due metalli (quello collegato al polo positivo, che chiamiamo anodo) si consuma mentre l’altro, collegato al polo negativo (il catodo), non si consuma. Ma non solo il catodo non si consuma, , esso può stare immerso per anni rimanendo intatto finchè ci sarà passaggio di corrente e in quantità sufficiente. Mettendo un pezzo di “basso costo" a mo' di anodo, lo sacrifichiamo al posto del pezzo per noi così importante (un’elica, una deriva, una piattaforma, un tubo del gas, ecc.).Se si utilizza questo primo fenomeno, parliamo di protezione catodica a corrente impressa.

Il secondo fenomeno sfrutta un particolare comportamento dei materiali metallici già descritto da Galvani (ma non capito) e poi utilizzato da Alessandro Volta per la sua pila. Diciamo prima il fenomeno, poi lo spieghiamo: se nell’elettrolita mettiamo due metalli diversi e li colleghiamo tra loro mediante un semplice cavo elettrico, si instaurerà un passaggio spontaneo di corrente elettrica.

In modo del tutto simile al fenomeno precedente, passando corrente nell’elettrolita, ci sarà uno dei due metalli che si consumerà (l’anodo) mentre l’altro rimarrà intonso (il catodo).

In questo caso parliamo di protezione catodica ad anodi galvanici o ad anodi sacrificiali.

Qualcuno si porrà la domanda come mai se gli anodi si consumano a spese del catodo sia nel sistema a corrente impressa sia nel sistema galvanico, perchè solo un sistema e’ chiamato ad anodi sacrificiali. Beh, intanto per distinguere i due metodi, poi perché nel tempo si è via via andati verso anodi per corrente impressa sempre più tecnologici, che si consumano sempre di meno, sino ad arrivare ad anodi speciali che perdendo masse così piccole che vengono chiamati addirittura anodi “inerti” (anche se non lo sono mai del tutto). Per la protezione delle piccole parti il sistema ad anodi galvanici è il più usato. Ha una sacco di pregi, non ha bisogno di alimentazione, non ha bisogno di regolazioni, di misurazioni ed ammennicoli vari che sarebbero del tutto ingestibili dall’utenza. Ma come si genera questo passaggio spontaneo di corrente? Sappiamo innanzitutto che gli atomi dei vari elementi sono costituiti da un nucleo centrale con carica positiva e da un certo numero di elettroni che lo circondano, carichi negativamente. Poiché in generale queste due cariche complessive sono equivalenti, l’atomo, all’esterno si comporta come elettricamente neutro. Tale equilibrio viene a mancare quando, per qualche motivo, l’atomo perde o acquista qualche elettrone periferico.

Un atomo in questa condizione di squilibrio prende il nome di ione.

Immaginiamo ora di sciogliere in acqua il comune sale da cucina che ha la formula chimica NaCl e cioè ha ciascuna molecola costituita da un atomo di sodio (Na) e da uno di cloro (Cl). In soluzione il composto si scinde in ioni: l’ione cloro risulta arricchito di un elettrone, mentre l’ione sodio ha invece un elettrone di meno. E’ come se cloro e sodio, combinandosi per formare una molecola, avessero messo in comune i loro elettroni e, adesso, durante la dissociazione, il cloro si fosse impossessato di uno degli elettroni già appartenenti al sodio. Ovviamente lo ione cloro risulta carico negativamente, quello del sodio risulta carico positivamente. Una soluzione che ioni è ottima per condurre la corrente elettrica e prende il nome di soluzione elettrolitica o più semplicemente elettrolita.

Bisogna sapere che i metalli a seconda di una certa caratteristica tendono ad entrare più o meno facilmente in soluzione. Come abbiamo visto in precedenza col sale da cucina, anche i metalli, entrando in soluzione, diventano ioni. Questa tendenza di entrare più o meno in soluzione può essere misurata con un semplicissimo tester. Non stiamo a descrivere qui il metodo, sappiate però che essendo un valore leggibile da un tester e si tratta di una misura che fornisce risultati molto ripetibili, e’ possibile eseguirla per tutti i tipi di metalli e di leghe e metterne i valori ottenuti sotto forma di una tabella facilmente leggibile. Nella tabella riportiamo un esempio di successione dei metalli ordinati secondo il valore letto da questo tipo di misurazioni. Ovviamente i materiali sono tantissimi per non parlare delle innumerevoli leghe, ed ognuno ha il suo potenziali caratteristico, quindi qui ne riportiamo solo alcuni.

Serie dei potenziali elettrochimici a 20°C


materiale

Potenziale in V

 

 

sodio

magnesio

alluminio

zinco

ferro

nichel

piombo

-2,71

-2,37

-1,66

-0,76

-0,44

-0,25

-0,13

metalli

meno

nobili

Anodico

idrogeno

0,00

 

 

rame

argento

mercurio

platino

oro

+0,34

+0,80

+0,85

+1,20

+1,68

Metalli

più

nobili

Catodico

 

Alcuni di voi avranno sicuramente notato che il “numerino” letto sul tester è in Volt, quindi si tratta di un potenziale elettrico detto potenziale elettrochimico. Se prendiamo come punto di “zero” ovvero come potenziale di ri riferimento quello dell’idrogeno, i valori del potenziale possono essere sia positivi che negativi.

I metalli con potenziale negativo tendono a cedere ioni all’elettrolita ed a passare in soluzione.

I metalli con potenziale normale positivo tendono a cedere elettroni quindi a non passare in soluzione.

Questa simpatica caratteristica prende il nome di scala di nobiltà dei materiali. Questa scala è di fondamentale importanza per un sacco di cose, tra cui capire quale materiale in un elettrolita se accoppiato con altri materiali, si comporterà in modo anodico o catodico. Infatti i materiali più sono nobili e più sono catodici, meno sono nobili e più sono anodici. Inoltre da qui possiamo già partire per costruire una pila elettrica come ha fatto il buon Volta. Lui aveva accoppiato un dischetto di rame da uno di zinco interponendo un tessuto imbevuto di un elettrolita. Come vedete dalla tabella in questo accoppiamento il rame fa da catodo ed lo zinco da anodo, ma attenzione, che questa cosa non e’ assoluta! Per esempio il rame non e’ sempre un catodo, se accoppiamo il rame con l’ oro, il catodo diventa l’oro ed il rame fa da anodo, perchè il rame e’ meno nobile dell’oro. Se guardiamo con attenzione la tabella ci accorgiamo subito che anche il famigerato zinco, usato un po’ ovunque come anodo commerciale (in questo caso si tratta di una lega, non di zinco puro, ma e ininfluente ai fini del discorso) in realtà, se accoppiato con il magnesio o con il sodio, diventa catodo. Qualsiasi accoppiamento tra materiali con potenziali elettrochimici diversi in presenza di un elettrolita formano una coppia galvanica.

Torniamo alla nostra pila.

Un dischetto di rame ed uno di zinco accoppiati insieme danno una differenza di potenziale (detta anche ddp) data dalla differenza algebrica dei due valori e cioè +0,34V del rame meno -0,76V dello zinco (+0.34 – (-0.76)) = 1,1V. Un po’ bassino come valore. Infatti il furbissimo Volta mise insieme una trentina di coppie rame-zinco con un risultato di circa 30V. Decisamente un valore più congruo per i suoi esperimenti.

Invece, è bene saperlo, ad una coppia galvanica per fare danni bastano potenziali davvero molto più piccoli, dell’ordine di poche decine di millivolt.

27/08/2010

Lucidatura delle fiancate

La lucidatura delle fiancate di Francesco Cannarsa

Sempre più frequentemente mi imbatto in barche che hanno subito un trattamento rigenerativo poco consono che se, all'inizio, lascia tutti soddisfatti, dopo poco tempo lascia evidenti danni manifesti.

Mi riferisco alla pratica, sempre più diffusa, di ripulire le fiancate della barca mediante carteggiatura. Vuoi per la crisi in corso che porta molti armatori a far da se, vuoi per la voglia di bricolage, vuoi per la necessità da parte dei cantieri di manutenzione di contenere i costi, la pratica di carteggiare le fiancate per ridonare lucentezza alla barca trova sempre più proseliti su scala sempre maggiore.

Nella media, il lavoro suggerito e spesso praticato, è quello di carteggiare a secco la fiancata con carta abrasiva da 600-800 per poi passare a lucidare la fiancata con pasta abrasiva.

Non ritengo questa operazione corretta, per i seguenti motivi:

Il gel coat di rivestimento delle imbarcazioni è più o meno una resina addensata con polveri; il risultato è un materiale di per se poroso ma molto duro, che serve a proteggere il laminato sottostante, la vetroresina, che costituisce il fasciame della barca. La densità del gel coat ne permette una lucidatura a specchio che, facilitando lo scorrimento dell'acqua e grazie alla durezza della pasta, impedisce allo stesso di lasciar passare l'acqua garantendo impermeabilità al laminato e contemporaneamente impedisce allo sporco di attaccarsi al rivestimento. La durezza della pasta, inoltre, protegge il laminato meccanicamente contro il consumo dato dall'usura e, fattore di gran lunga più importante, agisce da filtro ai raggi U.V. cui il laminato sottostante, il fasciame della barca, è particolarmente sensibile. Posta questa importante funzione del gel coat di rivestimento - sia dell’opera viva, garantendone l’impermeabilità ed allontanando il rischio di osmosi, che dell’opera morta, garantendone la brillantezza – accade che negli anni piccoli graffi e l'ingiallimento dovuto al riverbero del sole sull'acqua, contribuiscano al deterioramento del rivestimento, del gel coat, appunto, che si manifesta con opacizzazione diffusa ed in qualche caso con totale abrasione.

Agire meccanicamente sul gel coat con una carteggiatura, il cui termine appropriato in questo caso è seppiatura (dall'osso di seppia, leggermente abrasivo), non fa altro che graffiare ulteriormente il gel coat con una serie di micro incisioni, contribuendo ad aumentarne la porosità ed ancor più consumandone il già esile spessore del rivestimento che soprattutto nelle barche più nuove, per la logica dei risparmi di scala, si è assottigliato al minimo ammissibile.

La lucidatura con pasta abrasiva che segue la seppiatura a secco è solo una finitura effimera che dura il tempo di una stagione lasciando, alla stagione successiva, la superficie del gel coat in uno stato ben peggiore di quanto non fosse. Basti pensare all'azione dei parabordi sulla fiancata o all’azione di dilavamento esercitata dall’acqua sulla cera applicata.

Qualora vi siano i presupposti per una lavorazione di seppiatura, che sono prevalentemente quelli di una buona struttura del gel coat priva di graffi e scalfiture, la seppiatura va effettuata assolutamente ad umido, con carta abrasiva "matura", ben impregnata e di grana tale da evitare al massimo di asportare materiale (gel coat). Preferibilmente, sovrapporre più passaggi leggeri di carta con grana sempre più fine piuttosto che passare una sola volta con grana grossa (600) e lavoro intenso. Finita la seppiatura, anche la lucidatura andrà effettuata con passaggi successivi dapprima di pasta abrasiva, seguita poi da polish (una pasta abrasiva con grana ancora più fina) e cera lucidante.

A ben valutare una simile lavorazione, calcolata per il monte ore necessario, non è assolutamente conveniente e non può considerarsi sostitutiva ad una verniciatura con prodotti adatti allo scopo, pur costituendo un valido palliativo tale da garantire un paio di stagioni ma necessitando, comunque, di una buona lucidatura annuale. Si deve sempre ricordare che il valore di una barca è dato da una serie di fattori; una manutenzione fatta male è uno dei principali fattori di riduzione del valore della barca. In tempi come quelli correnti in cui gli scambi sono rarefatti al massimo, in caso di necessità di vendita, una barca che ha goduto di una manutenzione più oculata si venderà sempre e comunque meglio di una barca che pur godendo di un valore minore, richiederà spese maggiori per il riarmo.

23/04/2010

La manutenzione dei legni (arredi) della barca

La manutenzione dei legni (arredi) della barca

Un articolo tratto dal sito di Francesco Cannarsa www.servizimarittimi.it

 

Abbiamo visto come si differenziano i materiali nelle produzioni degli interni in legno; a questo punto, è elementare  comprendere come ripristinare gli interni di una barca moderna è piuttosto difficile. Se poi per moderna intendiamo anche la produzione anni ’80 che utilizzava legni impiallacciati, vediamo come il panorama si allarga a dismisura.

L'intervento da effettuare è condizionato dallo spessore di legno su cui si va a lavorare. Nei legni con faccia nobile a vista lo spessore del legno di finitura si aggira intorno ai 2, anche 3 mm pertanto se la lavorazione iniziale è rovinata, possiamo intervenire anche in maniera radicale. Se la faccia a vista è un impiallacciato dello spessore di pochi decimi, invece, qualunque intervento rischia di danneggiare seriamente il laminato superficiale con evidenti scarsi risultati finali. Prima di addentrarci nei metodi di intervento è bene riflettere qualche minuto sugli interni delle barche dove appaio superfici bucciate

 

distonie di colore, screpolature e macchie lucide. Tali sono gli effetti di un cattivo intervento di pitturazione. Il legno, poi, tende a rovinarsi a causa di comportamenti scorretti, incuria, danneggiamenti accidentali, erronea applicazione di accessori oppure, a causa delle vernici utilizzate e dell’ambiente circostante.

 

Il problema delle vernici è dato dallo spessore. Una vernice tipo il flatting è considerata la peggior vernice in assoluto perchè:

a) lavora a spessore, tanto maggiore quanto peggiore è la sua qualità (scarsa dilatazione, alto contenuto di solventi)

b) è pura “colla” (con le dovute pretese di una frase tanto generica) tanto più, quanto peggiore è la sua qualità

Senza voler qui analizzare la struttura molecolare di una vernice, comunque fondamentale per il risultato finale che si vuole ottenere, la vernice lucida per gli interni poco si addice agli ambienti marini; a parte l'aria da motoscafo sbirluccicoso, il problema della vernice lucida è che quando si bagna (acqua o vapore) e viene battuta dai raggi del sole, funziona da lente di ingrandimento. Esistono vernici con filtro U.V., è vero, ma se una goccia d’acqua si deposita sulla superficie ed il sole vi batte sopra, l’effetto lente comunque alla lunga si manifesta. La dilatazione cui è soggetto il legno in quel piccolissimo punto è spesso diversa dalla dilatazione che subisce la vernice la quale, scaldandosi, si allenta, si allunga insieme al legno e poi, al raffreddarsi del legno ed al suo conseguente ritirarsi, la vernice non si ritira perchè si è raffreddata e, mancando di elasticità, si gonfia. Da qui le bolle e le screpolature della vernice.  Le zone della barca maggiormente interessate da questo fenomeno sono normalmente cucina e tavolo da carteggio, perché di solito posizionate proprio sotto il tambuccio, dove batte il sole diretto, e perché soggette al continuo dilatamento prodotto dal calore e dal vapore delle cotture.

Fatta la debita panoramica, mi sento di sconsigliare caldamente un intervento su legni laminati o impiallacciati perché il risultato sarà sempre e comunque mediocre a meno che non venga fatto con seria cognizione di causa.

In questa sede ci occuperemo di legni con faccia a vista e spessore della superficie nobile di almeno 2-3 mm tenendo conto che, come sempre, la preparazione del lavoro è la parte più lunga, difficile, tediosa e disarmante ma che, una volta completata, rende il lavoro veloce, leggero e soprattutto efficace. Meglio si prepara il lavoro, migliori saranno i risultati finali.

In primo luogo bisogna rimuovere la superficie di finitura che, ovviamente, non sappiamo come sia composta. In un angolino nascosto proviamo ad agire delicatamente con della carta vetrata da 120 per valutarne gli effetti. Dovremmo ottenere un’opacizzazione della superficie, una produzione di polvere e non dovremmo danneggiare il legno. Questo indica che il rivestimento è fatto di vernice. Abbandoniamo per sempre la carta vetrata e con lo sverniciatore agiamo sempre in un angolino nascosto. Appena sono evidenti gli effetti dello sverniciatore, rimuoviamo il tutto con della paglietta metallica nel senso della venatura e osserviamo con attenzione se si notano cambiamenti di colore. Se non si notano cambiamenti di colore è probabile che siamo di fronte a legni trattati con impregnante e quindi dovremo prepararci ad un intervento piuttosto lungo, poco complicato ma dal risultato sicuramente efficace.

Due parole sulla carta vetrata, non dobbiamo dimenticare che essa, anche in grana finissima, produce dei graffi sulla superficie. Essendo le superfici su cui andiamo a lavorare già rivestite da vernici, i graffi che andremo a produrre rimarranno sempre e comunque visibili in trasparenza controluce, soprattutto se essi sono prodotti dalle macchinette levigatrici orbitali. Ciò è dovuto al fatto che gli stati che andremo a sovrapporre non saranno più assorbiti dal legno e quindi non saranno più correggibili attraverso carteggiature successive. La paglietta di acciaio (più aggressiva) e quella di plastica (più morbida) non graffiano la superice ma la “pettinano”, spianandola. La spugna abrasiva va evitata sempre per il concetto base che il legno è già trattato e quindi l’asportazione cospicua di materiale (spesso impercettibile ad occhio nudo) produrrà aree a differente assorbimento della nuova vernice.

Tornando ai nostri legni degli interni, interveniamo su aree regolari della superficie da trattare (esempio quadrati o rettangoli proporzionali alla zona su cui stiamo intervenendo) con lo sverniciatore. Senza aspettare l’azione invasiva, rimuoviamo gli scarti con la paglietta metallica grossa nel senso della venatura “tirando” con lunghe passate. Meglio ripetere più passaggi che asportare più materiale del dovuto. Tolto il primo strato di vernice, ripetiamo il trattamento tirando con paglietta sottile. Riducendo i tempi di azione man mano che la vernice trasparente diminuisce: Molta attenzione va posta nel non danneggiare il legno, adesso propenso ad assorbire lo sverniciatore e gli scarti alterati della vernice, e la tinta del legno, sia essa ottenuta con impregnante o tinta di colore. Alla fine della pulizia è bene ripulire il tutto con alcool oppure, se fatto con particolare perizia, con acetone. In questa fase utilizzeremo ovatta di cotone oppure di cellulosa che ha il pregio di non assorbire troppo.

In questa fase dobbiamo ricordare (o sapere) che negli angoli resterà un maggior deposito di vecchie vernici mentre sugli spigoli ci sarà una maggior asportazione di materiale, ivi compreso legno (!) quindi è opportuno fare molta attenzione a queste zone. Finita la pulizia e verificata l’assenza di vecchia vernice di finitura e macchie di colore (evidenti quando si passa il tampone con l’alcool o acetone) si passa una spugnetta in filo di plastica, che rimuove eventuali grani e depositi residui. Questi passaggi vanno sempre effettuati nel senso della venatura e succeduti da ulteriore pulizia con solvente blando. Con un tampone realizzato con ovatta, stendiamo un impregnante oleosintetico colorato come il vecchio legno o, al massimo, più scuro, in modo da uniformare il colore del legno. Sovrapporre più passate fin quando il legno non assorbe più. Le vernici oleosintetiche hanno il pregio di rimanere elastiche e di non vetrificare. La vetrificazione è la principale causa di fratture della vernice e di scrostamento o rigonfiamento. Purtroppo, tali vernici restano morbide e non proteggono il legno da urti e graffi, tuttavia sono molto più facili da riparare e permettono una totale camuffatura dei graffi superficiali.

A questo punto si deve scegliere il tipo di finitura da applicare:

a)   una finitura trasparente possibilmente satinata (ed oleosintetica)

 

b)   senza finitura

 

Optando per la soluzione a) c’è solo l’imbarazzo della scelta avendo cura di utilizzare vernici compatibili con gli impregnanti che abbiamo utilizzato in precedenza, mentre se si opta per la scelta b) sarà sufficiente, ad asciugatura avvenuta, passare un panno morbido impregnato di olio da restauro o similare che manterrà la superficie impermeabile, asciutta ed elastica. Saranno sufficienti un paio di passate l’anno per mantenere i legni in ottimo stato, caldi ed accoglienti.

Ottimi risultati si possono anche ottenere con vernici a matrice dura specifiche per interni senza tuttavia dimenticare che queste sono soggette ai graffi superficiali sebbene si riparino piuttosto bene con il procedimento fin qui visto.

In ogni caso, quale che sia il procedimento ed i materiali scelti, l'importante è che a lavoro finito le superfici appaiano lisce al tatto e prive di striature date dal pennello e che non si presentino a "buccia d'arancia". Nell'ultima foto, un pagliolo di una barca a motore da lavoro realizzato due anni fa con impregnati oleosintetici e vernici di finitura satinate, anch'esse oliosistentiche, stese a rullo a pelo raso. Nonostante i due anni in cui la barca è stata utilizzata quotidianamente per circa otto mesi l'anno, le vernici appaiono lisce, vive e senza screpolature.